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Critica di Giuliana Scimè

Il corpo umano è la summa della forma, cioè ogni e qualsiasi forma riconducibile a un patten geometrico è racchiusa nel corpo: curve, sfere, linee verticali e orizzontali, oblique, quadrate e tronchi di cono, cilindri...
Non a caso ancora oggi, dopo le esperienze di innumerevoli correnti di arte astratta che hanno annullato il riferimento al riconoscimento oggettuale, nelle accademie di belle arti il corso di nudo è la palestra di formazione. Formazione per l’abilità manuale, ma soprattutto per l’esercizio del vedere.
L’analisi del corpo, frammentato in sezioni o colto nell’integrità, restituisce al massimo la possibilità di ricondurre l’intero universo del reale alla rappresentazione convenzionale.
E, al di là delle pulsioni personali, forse non vi è stato artista nell’intera storia che almeno una volta non abbia cercato di condensare tutto il suo pensiero nella forma di un corpo.
Con la fotografia la situazione si complica e si esaspera. Il fotografo si serve di uno strumento pericoloso per subdolo inganno; così docile, si piega ubbidiente all’impulso dello scatto che prende con frenetica voracità; così difficile da dominare, mette a dura prova la capacità di armonizzare un incredibile insieme di qualità e di conoscenze. Il fotografo può fermarsi nell’ambito della restituzione di un’immagine simile a ciò che l’occhio vede, o può varcare la soglia della percezione immediata e diretta per tentare l’interpretazione soggettiva.
E il corpo è la sfida più terribile che si possa affrontare, soprattutto nella contemporanea società dell’immagine, in cui il corpo è soggetto imperante immanente, sempre più spesso tramite per messaggi incongruenti e diffusi.
Insomma, tra immagini spudoratamente improbabili e idiotamente disutili, viviamo di corpi nudi e seminudi che si impongono con prepotenza, e senza alcuna misericordia, nel nostro quotidiano.
Dove è mai, allora, il segreto per raccontare in immagini una storia della rappresentazione antica come il mondo e per renderla vivida e originale? Qual è la sottile malizia della scoperta?
Roger Corona ha compreso che è nell’equilibrio tra impudicizia e pudore che nasconde e, nel contempo, svela. Le forme sono suggerite e, come in un puzzle, ogni tessera crea sorpresa e stimola la curiosità di conoscere il disegno finale. Ogni sua fotografia, però, è già un “disegno” compiuto ed è con il gioco della fantasia che i frammenti assumono valori di narrazione esaustiva.
Corona si esprime con gusto raffinato e colto, nemmeno la più vaga delle volgarità inquina la sua ricerca. E persino le immagini che si possono considerare forti e trasgressive, grazie al rigore dell’impianto compositivo e alla qualità di una fotografia perfetta si ammirano per l’armonia estetica.
Ma se queste immagini rientrassero soltanto nel dominio della mera bellezza servirebbero a ben poco; la lusinga dell’occhio.
Invece la sua analisi del corpo è condotta con la coscienza dello studio delle forme per indagare misteri legati al rapporto fra aspetto esteriore e interiorità.
Comunicare concetti, quindi, con il tramite di un oggetto (la fotografia) comprensibile.
Per quanto si osservino e si analizzino le sue immagini non si riesce mai a trovare alcun inequivocabile riferimento con l’enorme produzione di fotografie sul corpo; semmai in alcune immagini che si impongono per la plasticità, creata dalla sapienza nell’uso della luce e nella scelta dell’inquadratura, affiora il ricordo della scultura classica: la superba bianchezza del marmo, accarezzato dalla luce naturale, che rende la sensazione delle morbide linee del corpo.
In altre immagini Corona sfrutta l’impareggiabile qualità dei neri profondi. Le forme emergono dall’oscurità con passaggi tonali appena percettibili. Una virtù rara, in fotografia, quella di riuscire a trattare con successo di amaliante attrazione il nero, e non il bianco e i grigi.
Di fatto nelle fotografie di Corona, i grigi sono assenti.
La sua è una costruzione che non ammette ambiguità cromatiche, come non ammette ambiguità di significato o di interpretazione.
Tutto è netto e preciso, non vi è dispersione in dettagli inutili né in svianti trucchi visuali.

A volte l’elezione del dettaglio è bizzarra e anticonformista. Segno di una grande capacità inventiva che, per noi osservatori, è una possibilità in più di comprendere che il corpo è l’inesauribile sorgente di avventure nell’universo della forma.
Una forma, comunque, che non è sterile di suggerimenti immaginativi, anzi ricchissima di suggestioni che smuovono i meccanismi della percezione.
Corona è anche Maestro nella capacità della rappresentazione anatomica.
Come per gli artisti della matita, del pennello o dello scalpello, uno scoglio difficile da superare nella restituzione realistica è la mano. (“strumento” complesso sia sul piano funzionale che espressivo); così è anche per gli artisti della macchina fotografica.
Si direbbe naturale e semplice riprendere in fotografia le mani, e non è vero; le dita possono assumere le caratteristiche di artigli; il dorso, o il palmo, sembrare squadrati elementi privi di vita. Le mani di Corona – e spesso compaiono nelle sue riprese - sono protagoniste di storie tutte congegnate sull’eleganza e la sensibilità.
Mani che “parlano” con il linguaggio del gesto metaforico; mani che insinuano sottili pulsioni erotiche, con la delicatezza di una cultura che sa cogliere le più fluttuanti indicazioni.
Un altro scoglio di difficile superamento che da sempre impegna gli artisti è il corpo maschile, così profondamente diverso nell’impianto morfologico e così diverso nella trasmissione dei messaggi visuali da quello femminile, costruito sulle rotondità e le levigatezze e tramite di morbide sensualità.
Al contrario, il corpo maschile risponde a una geometria “triangolare” e piana (i rilievi sono appena evidenziati dalle masse muscolari); è rappresentazione della forza, e non si cada nell’equivoco di confondere forza con vitalità, ché questa è tutta un'altra storia.
Corona dà una visione del corpo maschile che è la rivisitazione dell’arte classica, mettendo in evidenza la struttura, e nel contempo, proponendo un’osservazione molto attuale.
Vi è, sì, nelle sue immagini, la celebrazione delle virtù fisiche maschili, ma queste sono rese con la semplicità della bellezza quale esempio della magia della natura.
Il suo maschio non è un mito, né un dio, né un meccanismo di perfetta efficienza...
E’ solo una bellissima creatura, ed è bella nelle forme e nella mente che Corona sottolinea in certe riprese di dettagli.
In altre fotografie avviene una sorte di miracolo, raramente conseguito nelle arti visuali; la rappresentazione del movimento in un’immagine fissa. L’espediente per realizzare tale sensazione è di estrema elementarità, solo che pochissimi ne conoscono il segreto e posseggono le capacità per ottenere un risultato efficace.
La sensazione di dinamismo è restituita dall’idea di movimento. Automaticamente, per certi meccanismi percettivi, completiamo l’azione nella nostra mente e la viviamo come fosse in accadimento. Corona possiede i mezzi intellettuali e artistici per trasmettere tali sensazioni e per consentirci di viverla nel momento dell’azione dinamica.
Affascinanti sono, inoltre, certe sue immagini che trattano il corpo quale astrazione: le forme, dettagli estrapolati e isolati dal complesso dell’umana figura, sono di difficile riconoscimento, o perlomeno richiedono studiata attenzione e obbligano alla riflessione su ciò che diamo per scontato e ben noto.
Di certo Roger Corona si distingue fra i fotografi contemporanei, nazionali e internazionali, che hanno eletto il soggetto corpo per ricerche personali e/o per specializzazioni professionali. Ha saputo elaborare uno stile personalissimo e originale, sostenuto da una rigorosa attenzione all’immagine e ai problemi relativi alla resa tecnica.
Il complesso del suo lavoro deve essere visto quale poetico omaggio all’armonia, un obiettivo da raggiungere per conciliare e pacificare le contraddizioni che ci dilaniano nella nostra vita quotidiana.
E la contemplazione della bellezza della natura è un esercizio che l’uomo contemporaneo non conosce più e che è stato per millenni la valvola di salvezza per la mente e l’anima.

Milano, Ottobre 1996

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