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Il fotografo

di Barbara Cinquanta

Grandissimo professionista, Roger Corona è apprezzato non solo per l’elegante e raffinata sobrietà che accompagna la perfezione formale dei suoi scatti, ma anche per le straordinarie doti umane che ne definiscono la personalità.

Cittadino del mondo, è sempre in viaggio dividendo la sua vita e le sue giornate lavorative fra Milano, Parigi e il resto del mondo.
Nato a Marsiglia, cresciuto a Firenze, Roger è un professionista di grande cultura ed eccezionale sensibilità che lavora da tempo con le più importanti riviste femminili per il settore bellezza, e cura l’immagine pubblicitaria di prestigiosi marchi internazionali.
Come sia iniziata una simile avventura nel mondo della fotografia pubblicitaria, Roger lo racconta con una parlata toscana inframezzata da brevi frasi in francese e soprattutto con grande autoironia e un briciolo di stupore.
Trasferitosi in Italia, a Firenze, dopo tredici lunghi anni in Fiat, nel corso dei quali è riuscito a realizzare che era ben altro ciò che avrebbe voluto fare: "Guardavo fuori dalla finestra – racconta Corona -, vedevo gli alberi, ed era come sentirsi chiuso e costretto in quel luogo".

Nel 1984 si trasferisce a Milano ed inizia la sua avventura di fotografo, lasciando il suo comodo e sicuro lavoro come quadro all’interno della Fiat.“ "Mia sorella, pur non lavorando nel settore fotografico, aveva conosciuto due persone che mi presentò, spiegandomi che erano vicine al mondo dell’immagine".
Si trattava nientemeno che di Flavio Lucchini e di Fabrizio Ferri.
Con l’incoscienza e l’ingenuità tipiche di chi inizia a muoversi in un mondo che non conosce, mostrai loro quello che avevo nel mio portfolio...

Ancora oggi, pensando al mio coraggio ed alla loro benevolenza nel giudicare le mie fotografie, mi capita di sorridere: "erano tutte immagini per nulla accattivanti, semplicemente alberi o particolari di paesaggi, oltretutto stampate maluccio. Insomma tutto faceva intuire la mia ignoranza verso quella nuova professione.
Molto gentilmente mi fu però risposto che, se avessi voluto, avrei potuto provare a lavorare come assistente presso Superstudio (una grande struttura di studi fotografici a Milano, presso la quale si realizzano la maggior parte dei servizi di moda); forse in quel modo avrei potuto imparare qualcosa di più.
Per circa un mese, così, ho lavorato come assistente, ma venivo "utilizzato" quasi esclusivamente come "ragazzo" delle pulizie (avevo già 33 anni), piuttosto che come aiuto sul set. Un giorno, piuttosto disperato, tornai da Lucchini per nuovi consigli.
Fu allora che mi presentò Giovanni Gastel, che mi permise di restare in studio con lui per un periodo di circa nove mesi.
Da questa esperienza nacque una stupenda amicizia, che mi dette la prima spinta psicologica e morale per aprire uno studio tutto mio… ed ora, eccomi qua."

Ricordi quale fù il tuo primo lavoro importante?

"Certamente, dopo i primi mesi passati facendo test alle modelle, nel 1986 riuscii ad ottenere il mio primo redazionale per la rivista Amica, aprendo così una collaborazione durata un lungo periodo e grazie alla quale mi è stato possibile acquisire diversi nuovi clienti".

Cosa reputi importante per la buona riuscita del tuo lavoro?

"Assolutamente l’organizzazione che precede la realizzazione del servizio.
E’ indispensabile iniziare il lavoro con le idee molto chiare, limitando gli imprevisti.
Non esiste improvvisazione. Tutte le persone coinvolte nello scatto sanno esattamente quale sia il loro compito".

Per tre anni, hai partecipato come giurato alla manifestazione di Miss Italia.
Com’è nata questa collaborazione?

"Uno dei miei clienti era sponsor ufficiale di Miss Italia; grazie a questo contatto si è innescata una serie di circostanze che mi portarono a far parte della giuria negli anni 1995 1996 e 1997.
Pur considerandolo io un gioco, si trattava comunque di un avvenimento importante e di grande visibilità sia pubblica che televisiva".

Che consigli daresti a chi volesse intraprendere la professione di fotografo?

"Non mi sento molto portato a dare consigli, ma credo che ognuno debba fare quello che si sente nel momento in cui è pronto. Non penso che fare l’assistente sia un buon inizio o, perlomeno nel mio caso non posso certo dire che mi sia stato utile.
Se si è certi che quella di fotografo è la propria strada professionale, allora conviene buttarsi.
Per quanto riguarda le scuole poi, non credo che quelle di fotografia siano indispensabili.
Possono essere utili solo per dare al neo-fotografo delle basi tecniche, come l’uso del banco ottico o delle luci di studio. Tutto, comunque, dipende da noi".

Una conclusione semplice che chiude una piacevole chiacchierata di cui rimane forte la sensazione di una spiccata professionalità, ma soprattutto di una grandissima umanità e disponibilità.
Doti che rimangano sempre impresse a quanti hanno la fortuna di poter lavorare con lui.

Milano, Dicembre 1999

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